Croce Rossa

Ti ritrovi quindi in un luogo dove piccoli gruppi di ragazzi si avvicendano nella stanza dedicata al tuo laboratorio, aspettandosi di ascoltare qualcosa di nuovo sulle metodologie, le tecniche e le prassi per costruire progetti di volontariato innovativi. Ma ogni cosa ha il suo tempo e perciò prima di tecniche e prassi deve esserci il pensiero. Iniziamo chiedendo ad ogni partecipante di presentarsi, chiedendo loro il nome, il paese di provenienza ed una passione: la solita presentazione insomma. È bello però notare la loro espressione quando facciamo rileggere la presentazione, scritta su un post it e diciamo loro: “Quelle che state leggendo sono le nuove tecniche, gli strumenti e le metodologie di lavoro per aumentare l'impatto e l'efficacia delle attività: questo era l'obiettivo dichiarato del nostro workshop ed eccoli tutti lì segnati sul post it che avete in mano”.  
Pensiamo infatti che in realtà il centro del discorso sia parlare della responsabilità di dover agire senza un dogma o un modello di riferimento; preferiamo parlare di viaggi appassionati, di sconfinamenti che permettano ai volontari, partendo dalle proprie capacità, sensibilità, inclinazioni di creare percorsi i cui esiti sono in larga parte imprevedibili, frutto di incontri fra storie e contesti diversi. Il volontariato non deve essere solo la scelta filantropica del singolo individuo, slegato dal suo tessuto sociale, ma il coinvolgimento e la partecipazione della persona in quello che succede. Riteniamo che ognuno, individuo, gruppo, organizzazione, sia chiamato a ripensare alla propria presenza perché, quella in cui viviamo, è una stagione complessa in cui i contorni non sono facilmente identificabili, in quanto prendono forma mentre agiamo.  
Sono tutti attenti quando recitiamo un brano di Alessandro Bergonzoni. “Noi parliamo di Città del Noi, ma il noi è io alla n. Se lo giriamo il noi diventa io per un numero infinito di volte, io all'ennesima potenza. La città del noi esige dei cittadini che non hanno bisogno di avere successo ma di far succedere, che non hanno bisogno di essere avvenenti ma di far avvenire. Questo è un tema spirituale, anche metafisico. Per me è una questione di onde. Se tu emani determinate onde puoi cambiare e muovere quello che vuoi. Ma per farlo dobbiamo essere connessi di più l'uno all'altro, imparare ad occuparci di più lavori contemporaneamente perché non basta più svolgere il proprio piccolo compito. Dobbiamo fare nesso ovunque, senza precauzioni, senza contraccezioni, in un'epoca in cui la parola “collega” non è più un sostantivo ma un verbo.  
Diventa così facile partire dalla sua frase: “Dobbiamo fare nesso ovunque, senza precauzioni, senza contraccezioni”. Partiamo da questa frase e la leghiamo ad alcune parole e domande, che secondo noi sono fondamentali per creare un buon progetto di volontariato.  
Cultura della vita: cosa vuol dire fare nesso? Il compito del volontariato è formativo sociale: deve fare cultura della vita, cioè far scoprire alle persone, alle famiglie, ai piccoli gruppi, alle forme di vicinato che tutte possono essere risorsa gli uni per gli altri. Si tratta per le associazioni di volontariato di uscire dalla grande tentazione di oggi: una solidarietà perimetrata, la cura del proprio orticello; il volontariato deve promuovere una cultura del vivere con dignità e del convivere con reciprocità, deve animare una produzione di sapere dentro quella che possiamo chiamare una contaminazione orizzontale, curiosa costruttiva e critica.
Partecipazione territoriale: dove facciamo nesso? Il territorio oggi è da fare, la convivenza è da ritessere. È questa la nuova dimensione politica della presenza dell'associazionismo e del volontariato sul territorio. Quello che riteniamo veramente urgente è la costruzione di luoghi sensati di condivisione fra persone e gruppi, di nuove forme di socialità e solidarietà. Le iniziative realmente generative sono quelle che nascono assorbendo energie da un territorio e sono intrise di saperi e sapori che prendono forma nel quotidiano.  
Forza di legame: con chi facciamo nesso? Nei territori il volontariato deve sempre più svolgere una funzione di tessitura; deve creare ed organizzare esperienze sociali, capaci di strutturare forme di convivenza e di riconoscimento dentro le comunità. È importante tessere delle micro-reti mobilitando, attorno a variegati interessi pratici, gruppi sensibili alla costruzione di beni comuni; luoghi emancipanti per il benessere di tutti e cornice di sostegno ai percorsi di crescita personale. Il volontariato deve alimentare e presidiare le visioni dentro cui le persone maturino la voglia, il coraggio e il rischio di mettersi insieme a lavorare.   Ogni domanda per i partecipanti comporta lo scrivere su alcuni post it, in sole cinque righe, il territorio dove vorrebbero fare nesso ed alcune caratteristiche tipiche di quel territorio; chiediamo loro di scrivere anche con chi vorrebbero fare nesso e cioè di scrivere in cinque righe le persone con le quali vorrebbero svolgere le loro azioni di volontariato. Una volta sistemati in ordine i post it sul foglio che ognuno di loro ha, si accorgono che nelle loro mani hanno già un piccolo progetto di volontariato: l'analisi del territorio, i destinatari dell'intervento, gli attuatori e gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Quelle poche righe, tutte diverse tra loro, costituiscono già un piccolo seme progettuale: è già  un fare “del nesso”, un fare cultura della vita.   Come sempre capita in queste esperienze, anche noi usciamo arricchiti da questa esperienza; dà forza vedere tanti giovani impegnati nella cura delle altre persone, del proprio territorio e desiderosi di condividere questo loro sentire con gli altri. Inoltre, abbiamo avuto la possibilità, preparando il discorso, di riflettere su come, pur con caratteristiche assolutamente diverse, anche il nostro operare educativo, come quello volontaristico, dovrebbe mirare a fare nesso ovunque, a partire dai propri territori e di questo desiderio farne cultura di vita.